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ALZO IL MIO BICCHIERE, NON SO A COSA… MA ALZO IL MIO BICCHIERE * Giuseppe “Bepo” Maffioli e “La Grande Bouffe” della vita.

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E’ difficile se non impossibile dire ancora qualcosa di nuovo su “La Grande Bouffe”, film europeo di Marco Ferreri, si ricorda la sceneggiatura dello spagnolo Rafael Azcona con produzione ed attori italo-francesi, che al Festival di Cannes del 1973 fu fischiato eppure vinse il Premio FIPRESCI (Fédération Internationale de la Presse Cinématographique) per avere poi un immediato gran successo di pubblico. Un film maledetto, erotico, sconcio, volgare, eppure dannatamente intellettuale e antesignano di quella perdita di valori di una società che, nell’unità di tempo e luogo di una grande villa gotica, giunge a celebrare il funerale di se stessa in un plateale e autolesionistico incedere verso il nulla.

Il cibo, o meglio il mangiare, e il sesso sono il metro, gli scalini di questa mortale scala che procede, inesorabile, verso il basso. Una scala che i quattro protagonisti Ugo (Ugo Tognazzi), il famoso chef con problemi coniugali, Michel (Michel Piccoli), l’effemminato produttore televisivo, Marcello (Marcello Mastroianni), pilota e dongiovanni, e Philippe (Philippe Noiret), il giudice, immaturo, cresciuto, anche sessualmente, dalla procace balia, decidono di percorre in un ultimo, surreale, week end, lontano da tutto e da tutti, dove ciò che conta è mangiare, mangiare, mangiare fino allo sfinimento, fino alla morte.

Eppure la società, quella società da loro stessi rappresentata che li condanna all’oblio, si riappropria della loro intimità perché, da un certo punto in avanti, la loro esistenza autodistruttiva è come se fosse raccontata da un testimone, una quinta figura, l’ignara maestra Andrea (Andréa Ferréol) che, all’inizio per semplice e pruriginosa curiosità e poi, alla fine, con materna identificazione, segue l’epilogo mortale dei quattro. La scena finale, con i quarti di carne di manzo gettati in giardino, surreali e decadenti sculture d’arte contemporanea, vede la maestra Andrea, o ciò che di lei è rimasto dopo la terribile esperienza esistenziale, camminare lentamente verso la lugubre villa, entrarvi per chiudere alle proprie spalle la porta e, con essa, ogni contatto con il mondo esterno. Non ci è dato sapere se sopravviverà, se tornerà nel mondo reale o se resterà vittima, anche lei, di se stessa. Mangia! Se tu non mangi, non puoi morire! dice ad un certo punto un beffardo Ugo Tognazzi.

Nei titoli di testa del film leggiamo il cartello “les plats ont été élabores par Fauchon Paris – Conseiller gastronomique Giuseppe Maffioli – Assisté de Jacques Quelennec” ed ecco che il nostro appare in scena.

Giuseppe “Bepo” Maffioli, autore e interprete di teatro, cinema, televisione, gastronomo rivoluzionario, di cui si celebrano quest’anno i novant’anni dalla nascita e i trent’anni dalla morte, è la figura perfetta per questo film a cui ha collaborato nell’ideazione e nella preparzione sul set dell’infinita sequenza di piatti: un menu-sceneggiatura che, pur con le dovute distinzioni, è stato antesignano di tutto ciò che oggi si può immaginare pensando alla moda imperante della cucina –spettacolo. Dopo la sua collaborazione a La Grande Bouffe, Bepo Maffioli divenne il gastronomo per antonomasia, il numero uno in Italia, il primo ad aver saputo trasformare la ricetta in un testo d’attore. Ricordate Ugo Tognazzi mentre spiega ai suoi amici, improvvisati “sous chef”, come si prepara il sofisticato patè realizzato poi come una grande Cupola del Brunelleschi?

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Padovano di nascita, trevigiano d’adozione, ha sempre vissuto con la madre che gli è stata sorella, amica, collaboratrice fedele in tutta la sua carriera d’autore e d’attore. Nella sua casa Bepo Maffioli, di ritorno dalle sue scorribande nel mondo dello spettacolo, amava circondarsi di amici e intellettuali, cucinando per loro e alimentando quel cenacolo culturale che portò Dino Buzzati a definire Treviso… una Piccola Atene.

E’ per ricreare quella speciale atmosfera, anche gastronomica, che ho voluto trovarmi con alcuni trevigiani, persone che hanno conosciuto Bepo o che ne stanno studiando la complessa figura, Da Alfredo, il locale nel centro storico di Treviso in cui Bepo soleva prendere l’aperitivo e “ciacolare” (chiaccherare) con i suoi amici.

A tavola con me siede Elisa Carrer, dell’Archivio Giuseppe Maffioli, e Annibale Toffolo, oggi editore e direttore della rivista di cultura enogastronomica Taste Vin, fondata proprio da Bepo, che fu addirittura allievo del nostro, che in quegl’anni, proprio come il prete spretato, il personaggio da lui interpretato ne “La Moglie del Prete” di Dino Risi, insegnava alle elementari per arrotondare ed avere un tocco di normalità in una vita decisamente fuori dagli schemi.

Arturo Filippini, patron del locale che ci ospita, fra una portata e l’altra, siede con noi per raccontarci di quegli anni, del tavolo preferito da Bepo, e dell’amicizia con Alfredo Beltrame, l’allora titolare, amico di Giovanni Comisso, Goffredo Parise e di tutti gli altri intelletuali della Treviso di allora, grande gourmet e uomo di cultura.

E Bepo Maffioli? L’affetto di chi l’ha conosciuto si è trasformato oggi in venerazione e leggenda… un personaggio scontroso, burbero, difficile ma capace di slanci ed entusiami imprevedibili e coinvolgenti. Un personaggio che entrava con irruenza nelle cucine trevigiane, assaggiando e riprendendo sonoramente i cuochi, ma permettendo ad una intera generazione di affrancarsi da un’ignara cucina rurale per divenire artefice di un mondo che oggi è un vero e proprio movimento culturale. Gordon James Ramsay, gli autori di Cucine da Incubo e tutti i Celebrity Chef dei Real Show televisi di oggi dovrebbero sicuramente riservargli un caloroso tributo!

Nel ‘59 Bepo Maffioli inventò, primo in Italia, un Festival della Cucina, fu spietato censore della sua generazione, seppe trascrivere e codificare in libri-ricettari, ormai oggetti di culto, la storia veneta vissuta nelle case e nei palazzi, dove la cucina è femmina, uomo di spettacolo, attore, commediografo, autore e regista di teatro, radio, televisione, dovette combattere contro l’ipocrisia di una società sempre più avviata verso il suo frenetico boom economico, combattere fino alla fine. Malato di diabete, Bepo Maffioli lavorò fino all’ultimo nella sua Treviso, anche continuando la sua attività di educatore con gli allievi dell’Istituto Alberghiero della vicina Castelfranco, che oggi porta il suo nome.

se non fossi quello che sono, che cosa mi resterebbe? Urla Bepo Maffioli ad un attonito Ugo Tognazzi ne Il Commissario Pepe di Ettore Scola nel 1969. Di lui, fortunatamente, è rimasto molto.

 

maurozardetto

12.2015

 

* Nel Titolo: Battuta di Ugo Tognazzi ne “La Grande Bouffe”

La foto di Bepo Maffioli e Alberto Lattuada è per gentile concessione dell’ Archivio Giuseppe Maffioli

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